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Le paure nascoste dei giovani di oggi

Ogni mercoledì sera, nel nostro oratorio don Bosco, i nostri giovani si ritrovano, si fermano, si ascoltano. Accompagnati dai loro educatori e sacerdoti, imparano a dare un nome alle emozioni, a riconoscerle dentro di sé, a non averne paura. 

In uno degli ultimi incontri il tema era proprio la paura: si è partiti da quelle più “visibili”, quasi banali – gli insetti, il buio, la morte – per arrivare piano piano a quelle più profonde, quelle che si tengono dentro e che raramente si dicono ad alta voce. Scriverle su un foglio, chiuderle con un nodo, affidarle a qualcuno: un gesto semplice, eppure potentissimo, che dice una verità dimenticata, cioè che non tutto si affronta da soli. E in questo percorso, fatto anche di attività concrete, di confronto sulle emozioni vissute nella vita quotidiana – dal parlare in pubblico al sentirsi esclusi, dal peso delle responsabilità alla gioia condivisa – emerge con forza quanto sia decisivo imparare, lentamente, a riconoscere ciò che ci abita dentro. 

Questo lavoro è prezioso per quei giovani di cui si parla troppo poco: quelli tra i 19 e i 30 anni, che non sono più ragazzi ma non si sentono ancora pienamente adulti, sospesi in una terra di mezzo dove le paure cambiano volto e diventano più silenziose, ma non meno forti. Sono le paure del futuro incerto, del lavoro che non arriva o non basta, dell’autonomia che si allontana, delle scelte fatte e continuamente messe in discussione; sono le paure di chi sente di dover costruire qualcosa di grande – una famiglia, una stabilità, un senso – ma non trova terreno solido su cui poggiare i piedi, soprattutto nel nostro Sud, dove troppo spesso il talento dei giovani incontra ostacoli invece che opportunità. 

E allora quella che qualcuno chiama “crisi dei 25 anni” non è una moda o una debolezza generazionale, ma un passaggio reale e faticoso della vita, in cui le domande diventano più urgenti e le risposte più difficili: chi sono davvero, cosa sto costruendo, dove sto andando; è in questo tempo che molti sperimentano ansia, smarrimento, senso di inadeguatezza, come confermano anche i dati che ci parlano di un numero sempre crescente di giovani alle prese con fragilità interiori, spesso vissute in solitudine. Eppure il problema non è che i giovani non vogliono crescere, come per anni si è superficialmente detto, ma che spesso non vengono messi nelle condizioni di farlo: non sono “bamboccioni”, ma giovani precarizzati, che hanno studiato, si sono impegnati, hanno già attraversato esperienze lavorative senza però trovare stabilità né riconoscimento; e questa mancanza di fiducia da parte della società genera una paura ancora più profonda, quella di non essere necessari, di non avere un posto. 

In tutto questo, però, è importante dirlo con chiarezza: la paura non è il nemico, non è qualcosa da cancellare, ma un segnale prezioso, perché ci dice che la nostra vita ci sta a cuore, che desideriamo qualcosa di grande, che non ci accontentiamo; anche il Vangelo ce lo ricorda, quando i discepoli hanno paura nella tempesta e non vengono giudicati per questo, ma accompagnati a fidarsi, perché la paura non si supera negandola ma attraversandola insieme. 

Ed è qui che torna il gesto semplice di quei giovani in oratorio, quel foglio legato con un nodo e consegnato a qualcuno: è l’immagine concreta di ciò che serve oggi ai giovani adulti, non discorsi astratti ma relazioni vere, luoghi in cui potersi raccontare senza vergogna, comunità che sappiano accogliere senza giudicare e accompagnare senza sostituirsi. Come Chiesa e come società abbiamo una responsabilità grande: creare spazi di ascolto, offrire opportunità reali, riconoscere il valore dei giovani, liberarli dagli stereotipi, avere fiducia nelle loro capacità, anche innovative, e permettere loro di esprimerle; ma abbiamo anche il compito di ricordare loro che la crisi che stanno vivendo, per quanto faticosa, non è solo un tempo di perdita ma può diventare un tempo di trasformazione, una soglia che apre a scelte più consapevoli e a una vita più autentica. 

Il rischio più grande resta la solitudine, alimentata anche dal confronto continuo con gli altri che porta a sentirsi sempre in ritardo, ma ogni storia ha il suo tempo e ogni cammino ha il suo passo; per questo diventa fondamentale tornare a camminare insieme, riscoprendo il valore delle relazioni, dell’amicizia, della comunità. E allora forse possiamo concludere tornando a quell’immagine iniziale: ognuno di noi ha delle paure che sembrano nodi impossibili da sciogliere, ma la verità è che quei nodi non sono fatti per essere sciolti da soli; c’è sempre qualcuno a cui affidarli, una mano che può aiutarci a tenerli, una presenza che rende la paura meno minacciosa. E c’è un Dio che non elimina le tempeste, ma sale sulla barca con noi e ci insegna, giorno dopo giorno, che il coraggio non è l’assenza di paura, ma la scelta di non affrontarla da soli.

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