avatar

La missione a Zeitun, Il Cairo

Il cuore di Don Bosco batteva per i giovani e per i poveri. Lui stesso amava ripetere: «Fate tutto il bene che potete». È proprio in questa prospettiva che si colloca la testimonianza di Sara: il racconto di un anno di Servizio Civile, che da esperienza di crescita personale è diventato cammino di incontro, di dono e di scoperta. Il suo racconto dimostra che quando ci si lascia sorprendere dalla Provvidenza, ogni cortile diventa casa, ogni sorriso diventa segno di Dio, e ogni missione diventa scuola di vita. Riporto le parole di Sara.

«Aiutate i poveri, aiutate i giovani: fate tutto il bene che potete.» Questa frase rappresenta per me la sintesi perfetta di ciò che il mio anno di Servizio Civile al Don Bosco mi ha permesso e continua a permettermi di vivere. Sono grata a me stessa per aver avuto il coraggio di seguire i consigli ricevuti e di fare domanda per un progetto all’interno di una realtà per me del tutto nuova. Mi sono buttata con entusiasmo, senza troppe aspettative, e oggi posso dire con certezza che ne è valsa la pena. L’unico legame che avevo con il mondo salesiano era l’oratorio che avevo frequentato durante l’infanzia e l’adolescenza. Per il resto, tutto era una scoperta.

Dopo aver superato la graduatoria, mi sono ritrovata immersa in un ambiente diverso da come lo avevo immaginato. Durante le formazioni, ho avuto l’opportunità di conoscere don Giuseppe Russo, delegato della Pastorale Giovanile, che ci parlò per la prima volta dei Rise Up: percorsi formativi proposti dal Movimento Giovanile Salesiano (MGS) per giovani dai 18 anni in su. Si tratta di cammini che permettono di vivere concretamente la spiritualità salesiana, unendo esperienze di missione a momenti di riflessione personale e discernimento.

A conclusione di questo percorso, chi lo desiderava poteva scrivere una lettera per candidarsi a una delle missioni proposte: Egitto, Albania, Nisida o Torre Annunziata. Ricordo ancora l’entusiasmo con cui don Giuseppe ci raccontava queste esperienze: le sue parole erano così coinvolgenti che rifiutare sarebbe sembrato quasi impossibile. E così il mio cuore si è acceso subito: «Io devo assolutamente andare in Egitto».

L’idea di mettermi in gioco in un Paese mai visitato, di affrontare una lingua diversa, di comunicare con i bambini attraverso i giochi, tutto mi sembrava meraviglioso e stimolante. L’unica paura era quella di non essere scelta, ma dentro di me continuava a risuonare una certezza: «Provaci. Se il Signore vuole che tu viva quest’esperienza, ti aprirà la strada». E così è stato.

Quando don Giuseppe mi comunicò che la mia domanda era stata accolta, il mio cuore esplose di gioia. Non vedevo l’ora che quel sogno diventasse realtà, e così il 30 giugno siamo partiti per Zeitun, un quartiere del Cairo.
Appena arrivata, ho avvertito una sensazione forte e inaspettata: mi sentivo a casa. Il caos del quartiere, simile per certi versi a quello di Napoli, mi era sorprendentemente familiare. Ma ciò che più mi ha colpita è stata l’accoglienza all’oratorio: autentica, calorosa, familiare. Era come se quella comunità mi dicesse: «Benvenuta, questa è casa tua».

L’entusiasmo dei ragazzi, la loro curiosità nel conoscermi, ascoltarmi e giocare con me, era la mia forza quotidiana. Anche con poco tempo per riposare, trovavo sempre l’energia per partecipare a tutte le attività. Le risate, i sorrisi, gli scherzi condivisi: tutto creava un clima di famiglia, semplice e autentico, che mi ha fatto sentire parte di qualcosa di grande.

Questa esperienza mi ha portata a una riflessione profonda: ho compreso quanto Dio sappia rivelarsi con ancora più intensità in chi ha poco o nulla. Nei poveri e nei piccoli si manifesta il volto di Dio.

Il Signore mi ha parlato in tanti modi in quei giorni, ma soprattutto attraverso i sorrisi e le conversazioni con quei ragazzi. In loro ho incontrato un Dio vivo, presente, che si dona nella semplicità e nell’essenziale.

Condividi su

Leave a Comment