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Via don Bosco 8, Napoli
Il cammino dal Servizio Civile alla missione
Il Sistema Preventivo di Don Bosco non è una teoria astratta, ma un’esperienza che cambia la vita quando la si incontra davvero. Il racconto di Chiara una ragazza arrivata quasi per caso in oratorio tramite il servizio civile ne è una testimonianza concreta.
Chiara ci racconti come è nato il tuo percorso che questa estate ti ha portato dai salesiani in Albania?
“Tutto è nato da un colloquio per il Servizio Civile. Da lì è iniziato il mio cammino di avvicinamento a san Giovanni Bosco, ai Salesiani e all’Oratorio: un percorso che mai avrei immaginato mi avrebbe portata fino a Breglumasi, in Albania.
Durante l’anno oratoriano ci fu proposto di partecipare ai Rise-Up, un itinerario missionario e vocazionale rivolto ai giovani dai 18 anni in su. Il tema scelto era forte: la violenza di genere e la tratta delle donne. Quelle riflessioni hanno scavato dentro di me, portandomi a riflettere profondamente sul modo di amarmi e di amare gli altri. Senza esitare troppo, spinta dall’interesse e dal desiderio di conoscere da vicino una questa forma di spiritualità salesiana, decisi insieme ad altre due ragazze di partecipare. Benedico ancora oggi quella scelta, così come il giorno in cui mi candidai al Servizio Civile: entrambe esperienze che hanno cambiato radicalmente la mia vita. L’hanno arricchita di amore, mi hanno fatto sentire parte di qualcosa di più grande. Ho trovato, e scoperto, una grande famiglia.
Alla fine del percorso, ci venne proposta un’ulteriore possibilità: scrivere una lettera per “candidarsi” ad una missione estiva. Ero titubante. Pensavo, in modo ingenuo, di essere “arrivata”, che ormai avessi già ricevuto tutto. Ma le parole di Tiberio Lassandro, salesiano tirocinante del nostro oratorio, mi tornavano in mente: «Quando un ragazzo entra in un oratorio salesiano, viene ricoperto per sempre dal velo azzurro di Maria Ausiliatrice». Quelle parole hanno acceso una luce. Forse Don Bosco aveva in serbo per me un progetto più grande.
Scrissi la lettera. Pochi giorni dopo ricevetti la notizia: destinazione Albania. La consegna della croce missionaria dalle mani del Rettore Maggiore, la conoscenza del gruppo con cui sarei partita: tutto è avvenuto velocemente, quasi travolgendomi. Tra esami universitari, impegni in oratorio e comunicazioni alla mia famiglia, mi sentivo come su un’onda: intrepida, un po’ spaventata, ma pronta a buttarmi. I dubbi erano tanti – la lingua, l’inesperienza, la paura di non essere all’altezza – ma una Parola mi ha rassicurata: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Da quel momento ho capito: non dovevo fare tutto alla perfezione, dovevo solo esserci, amare e fidarmi.
Il 31 luglio 2025, dopo nove ore di nave, sono arrivata in Albania. L’accoglienza nella casa salesiana di Tirana è stata straordinaria: Don Don, Don Gino, Don Michele, Don Pavol, François e Muzigno sono subito diventati famiglia. La Qendra Don Bosko, casa. E poi i miei compagni di missione – Myriam, Emanuela, Flavia, Fabio, Annarita, Benedetta, Sonia e don Luca – fratelli e sorelle in Cristo, la rete solida che mi ha supportato in ogni momento: in ognuno di loro è custodito un pezzo di me. In quei giorni ho toccato con mano tanta Grazia.
Non sono mancate le difficoltà: non ultima la barriera linguistica. Ma ogni giorno, in quel piccolo cortile, lasciavo un pezzo di cuore. Costruivo legami veri, profondi, che porterò con me per tutta la vita. Gli abbracci dei ragazzi, il sentirsi chiamare per nome già dal secondo giorno, le risate che riempivano l’aria: tutto questo mi ha toccato nel profondo. Ancora oggi il distacco mi pesa: una parte di me è rimasta lì, in quella “Terra delle Aquile”, con i suoi cieli di albe e tramonti dai colori mozzafiato. Ogni giorno scoprivamo un aspetto di un popolo che porta addosso tante ferite.
Tra i tanti momenti, indimenticabile è stata la visita alle suore di Madre Teresa di Calcutta: gli incontri con le loro ospiti e con suor Damiana, nei cui occhi ho riconosciuto il Signore, nella forza di chi si dona senza riserve.
In questa terra, nell’accoglienza di questo popolo, ho ritrovato me stessa. Sento di aver aggiunto un tassello fondamentale al puzzle della mia vita, in Albania ho ritrovato l’essenza della vita. Custodisco ogni persona che ha intrecciato la propria storia con la mia, ogni cuore che mi è stato affidato. Ringrazio chi ha creduto in me prima ancora che lo facessi io. Ringrazio Don Bosco, che ci insegna ad essere felici nel tempo e nell’eternità. A lui devo tanto.
La mia speranza è di poter essere testimone viva di quanto ho ricevuto, trasmettendo ai ragazzi che incontro e in cortile quell’Amore che mi è stato donato. Davvero, non posso dire altro che:
Faleminderit.”
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